Pubblichiamo sul sito www.ripensaremarx.it alcuni interessanti articoli, in particolare quello di Costanzo Preve intitolato: “L’ultima transizione. La tragicomica storia romanzata dei rapporti di Fausto Bertinotti con il comunismo ed i veri problemi che ci stanno dietro”.
Il piccolo saggio in questione fornisce una interpretazione acuta del politico professionale (PP) Bertinotti, nonché delle ragioni che hanno reso impossibile qualsiasi rifondazione del comunismo in questo paese. Tuttavia, noi del blog, prendiamo le distanze da Costanzo quando si scaglia contro Althusser, reo, a suo modo di vedere, di aver detto delle sciocchezze su concetti che per Preve sono addirittura strategici. Semmai, l'aver avuto una impostazione antiumanistica, scientifica e orientata alla ricerca del vero (più che all'impossibile scoperta della "V"erità assoluta o alla definizione dell'ente naturale generico previano) è il più grande merito di Althusser. Questo giudizio non toglie nulla alla lucidità dell’analisi previana. Buona lettura
Sarò ripetitivo, ma invito a leggere anche oggi, su Libero, almeno gli editoriali di Feltri e Paragone. Mi domandate se credo che questo giornale sia una specie di “corazzata” come lo è il Corriere per il blocco di potere da me denominato GFeID (e oggi meno “brillante” di un tempo, forse anche un po’ disunito e incerto). No, nient’affatto, ma esprime uno stato d’animo sempre più diffuso, credo molto di più di quello su cui inzuppa il pane il gruppo di “provocatori giustizialisti”, un miscuglio di odiosi intellettualoidi e di ceto medio non eccessivamente numeroso, guidato da un “signore”, sul quale (e sulla cui funzione e ruolo) sono convinto che, se volesse, un Cossiga potrebbe rivelarci molte cose come ha fatto ultimamente in riferimento a vicende oscure dei “suoi” anni (fino a quel nodo cruciale che fu mani pulite, una delle trame di potere più torbide di un’Italia sempre torbida, una pagina oscura di cui pagheremo ancora, e presto, alti prezzi).
E’ evidente che il Berlusca si trova sotto “ricatto” e dimostra d’essere quello che è sempre stato: il famoso “uomo senza palle”. Sarà senz’altro stato aiutato ad emergere da ambienti craxiani, ma il suo carattere lo avvicina più a un modesto democristiano; e oggi, diciamocelo francamente, nemmeno un diccì del valore di Andreotti sarebbe il politico adatto ad un paese allo sfascio come il nostro. Naturalmente, questa mediocrità dell’attuale premier rende ancora più laida e disprezzabile una sinistra che ha fatto politica negli ultimi quindici anni solo contro di lui, una sinistra priva dello straccio di un programma che non fosse il semplice gridare al fascismo montante, al “Mussolini in doppio petto”, ecc. Non scuso più nessuno che oggi non si accorga come questa sinistra, nata dal rinnegamento di ogni valore e di ogni finalità politica (salvo l’aver percepito lauti pagamenti da parte del gruppo di potere detto GFeID), sia ormai la metastasi della nostra disgraziata società. O si arriva contro di essa alla soluzione finale o saremo “distrutti” nel giro di pochissimi anni.
Tuttavia, in questo momento, la constatazione più urgente da fare è appunto che l’uomo (di sicuro vanesio, megalomane, ma con scarse frecce all’arco della sua intelligenza politica), assurto alla carica di Primo Ministro, non sembra gran che in grado di gestire una situazione così complicata, indipendentemente dal fatto che arrivi o non arrivi un patatrac economico (su cui scriverò in seguito). Certo, se ci piombasse sulla schiena anch’esso, sarebbe la “ciliegina sulla torta”; non è però l’elemento cruciale, come credono certi arcaici “marxisti” (che non lo sono mai stati veramente), e nemmeno come pensano altri venditori di fumo che giocano al liberismo (quelli che recitano da keynesiani sono forse ancora peggiori). Non c’è forma di economicismo che non sia oggi una grave malattia dell’intelletto, di cui sono purtroppo affetti in massa coloro che guidano (o meglio: fanno finta di guidare) l’economia dei vari paesi “occidentali” a capitalismo “avanzato”. Solo la politica (ma non una qualsiasi) può fornire qualche risposta, ma soprassediamo al momento.
Ci si domanda se ci sono forze che, da una parte e dall’altra, giocano ormai sulla paralisi incipiente e sull’incapacità di prendere le misure drastiche che sarebbero da decidere. Naturalmente, non so rispondere; e penso che nemmeno sia da chiedersi se c’è qualcuno o qualcosa che si muove “dietro le quinte”. Il problema, attualmente, potrebbe non essere la presenza di forze “oscure”, di quelle che “chissà cosa preparano”. Non entriamo in quest’ordine di idee finché non si vedranno segnali più chiari. Per quello che se ne sa, potrebbero esserci trasversalità impensabili: ambienti del centrodestra che, sfruttando sentimenti antiberlusconiani vari, pensano a rimescolamenti tali – in specie se la crisi battesse duro – da consentire l’utilizzo di ampi settori dell’“altra parte” per ottenere i propri fini (e non è nemmeno detto che li conoscano bene, con un minimo di precisione).
Del resto, nel 1994 non si usò
In situazioni simili, lasciando perdere le cretinate degli “scontri di classe” esistenti soltanto nelle teste bacate di alcuni deficienti totali, i giochi si fanno molto limacciosi, confusi; e nessuno può essere sicuro che non sfuggano di mano a tutti. Eppure si debbono fare, perché se non si approfitta di un caos simile, si perdono le “occasioni storiche” (intendo dire che le perdono altri, non certo noi che per il momento facciamo ridere chiunque ne abbia almeno un po’ di voglia). Faccio un esempio; ma per carità è solo un esempio, anche un po’ tirato per i capelli, solo per far capire che nei momenti cruciali non c’è mai nulla che avviene con la limpidezza (e la “matematica” sicurezza) che certi idioti prediligono, credendo di possedere la “vera scienza” (evidentemente della divinazione).
Allora, per esempio, qualcuno potrebbe offrire a certi settori, che ci si ostina a situare a sinistra, la seguente soluzione: logoriamo noi stessi il vostro nemico Berlusca, non però con le vostre idiozie del “fascismo montante”, bensì dimostrando che ha deluso le speranze di soluzione di certi problemi (sicurezza, ordine, efficienza dell’amministrazione pubblica, minori tasse, stop all’immigrazione, i soldi del nord che restano al nord, messa in riga della magistratura con le sue continue violazioni della “nostra” privacy, aiuti alla piccolo-media impresa, e via dicendo) a causa della sua leggerezza che lo rende ricattabile; e soprattutto pauroso, incapace di prendere il toro per le corna e regolare i conti una volta per tutte con i suoi oppositori. Logorato lui – continuerebbero costoro (sempre per esempio) – associamo parte di voi “di sinistra” ai nuovi poteri economici e politici montanti (o magari ai soliti), se però ci servite bene come avete fatto dopo mani pulite, mollando le vostre scorie “estreme” (che tanto sono costituite da puri dementi senza arte né parte); in questo modo “rifaremo l’Italia” secondo altri interessi (magari con i dovuti compromessi con quelli più “vecchi”).
Non accadrà probabilmente così. Facciamo altri esempi, sempre a casaccio: un “direttorio” Tremonti-Fini-Formigoni in attesa dell’emergere di un “nuovo Imperatore”. Oppure quello che magari piacerebbe a Cossiga (e non solo, pensate a coloro che lo volevano Presidente della Repubblica!): un bel D’Alema in grado di giocare sul piano più strettamente interno il ruolo che gli fecero assumere all’epoca dell’aggressione alla Jugoslavia, manovrandolo come volevano data la sua smania di potere (del tutto sotto tutela). E mille altre possibili soluzioni, tutte pasticciate e confuse, gridando all’emergenza in specie se si dovesse arrivare alla crisi finanziaria più grave (ma anche in assenza di questa). Nessuno, ne sono convinto, ha in questo momento una precisa idea di soluzione in testa; si è solo capito che gli “equilibri” attuali (del tutto fuori equilibrio) non resteranno tali per altri – vogliamo esagerare – tre anni. Qualcuno tenterà un qualche “mutamento di passo”; così non regge più alcunché, si sbriciola o impantana tutto.
Più che allertare i passeggeri della navicella sull’acqua in crescita nella stiva, non vedo che altro si potrebbe fare. Se però i blog e siti di internet, salvo poche lodevoli eccezioni, continuano a scrivere di cosucce, stiamo freschi. Prendiamo ad esempio quel che accade al nostro blog. Confesso di essere rimasto scandalizzato nel vedere scatenarsi i lettori sul pezzo riguardante il petrolio. Era interessante, io stesso ho chiesto la sua pubblicazione, ma come “condimento”; i piatti forti dovrebbero essere ben altri. Invece, nulla da fare; i lettori che abbiamo sono evidentemente così diseducati alla politica (e alla cultura in genere) da non comprendere, salvo le solite eccezioni, la gerarchia di valori dei pezzi che inseriamo sia con finalità diverse sia attribuendo loro importanza nettamente differenziata. Sempre constato, con crescente scoramento, che i meno rilevanti sono i più letti e commentati. Anche questa incultura e arretratezza mentale favorisce chi farà i suoi giochi alle nostre spalle. Svegliatevi, “carini”. Le “belle addormentate” hanno sempre bisogno di un “Principe” che arrivi a “baciarle”; tuttavia, contrariamente a ciò che accade nella favola “
Per il momento, mi pare sia sufficiente; attendiamoci “strani” eventi.
Le parole di Cossiga sulla situazione politica e sui tentativi della magistratura di destabilizzare l’attuale governo di centro-destra, mettono in risalto la pericolosità del blocco di “subcomando” trasversale, coalizzatosi in Italia, composto dai settori finanziari (con le grandi banche in testa), da quelli industriali (imprese che godono di grosse rendite statali), da quelli culturali-ideologici (i gruppi editoriali che sostengono i raggruppamenti banco-finanziari costituiti), da quelli giudiziari (con portavoce l'indomito Di Pietro), nonché da quella parte dello schieramento politico che agisce da rincalzo ai primi.
Conoscendo il personaggio e il suo modo di esprimersi (ovvero: quando Kossiga parla, conta molto più ciò che viene lasciato intendere che quanto effettivamente dichiarato), il vero segnale da decodificare è quello che rimanda ad una “suprema” volontà che vorrebbe approfittare dello sbando istituzionale, per accrescere il torbidume nel quale il paese sprofonda, con l’obiettivo di dare la stura ad una resa dei conti tra strati di decisori.
Su questo eventuale scontro non azzardo nemmeno delle ipotesi, per quanto è difficile capire chi sta facendo la guerra a chi. I risultati li vediamo nelle manovre intorno all’Alitalia, alla “monnezza” di Napoli e in qualche altra situazione piuttosto incerta (dove inserirei i reiterati tentativi per arrivare a liberalizzare i servizi energetici). Questa volta, però, non si deve temere il colpo di mano giudiziario poiché non c’è tale urgenza, considerata la debolezza dei decisori politici e la loro massima manovrabilità. In sostanza, è molto più probabile che si proceda con un bilanciamento “chimico-politico”, puntando su un diverso assetto degli attuali schieramenti politici (portando a convergenza le istanze della Lega con quelle di Udc, di An e di spezzoni del centro moderato democratico). Non importa quanto questo bilanciamento funzioni, ciò che conta è la confusione che viene a determinarsi. Chi ci guadagna? Forse i poteri consolidati che possono scaricare la responsabilità sull’incapacità istituzionale? O forse chi, intendendo sostituirsi ai primi, tenta una “svolta” (sulla cui natura ancora poco si intuisce) che ha bisogno, per concretarsi, di un malcontento generalizzato attraversante tutta la società italiana?
L’unica certezza, in questo momento, è che si vuole intimidire un governo già di per sé inetto, approfondendo le divisioni e le discrepanze tra le sue varie anime, affinché non vengano presi in considerazione afflati riformistici di alcun tipo.
Nel frattempo si mandano segnali un po’ in tutte le direzioni. L’operazione riesce perfettamente a causa della totale incapacità del centro-destra (e del suo leader) di assumere decisioni nette, atte a segnare una inversione di marcia rispetto alle politiche fallimentari che hanno disastrato la nazione in questi decenni. Berlusconi è già caduto nella trappola giudiziaria, perde tempo e si dimena nella rete che qualcuno sta stringendo attorno a lui, grazie a quella parte della magistratura che è disponibile a lavorare su commissione.
Del resto, attaccare il premier per motivi scandalistici e di piccole segnalazioni di "soubrettine" non può che avere uno scopo minimo: quello di lanciare un avvertimento e di contrassegnare i margini di manovra nei quali la politica dovrà muoversi senza troppo “sconfinare”.
Tuttavia, credo che per abbozzare la risposta a queste incognite dobbiamo necessariamente allargare la visuale dei problemi individuandone le matrici "esogene". Queste sono rintracciabili nella crisi politica internazionale (ci sono pressioni per una ridefinizione dell’alleanza strategica occidentale, da parte degli Usa, con la quale affrontare una nuova campagna di aggressività sugli scenari caldi del globo) e in quella economico-finanziaria (che sta giocano un ruolo di sfaldamento dei contesti nazionali, soprattutto in paesi come il nostro che hanno una struttura produttiva in via di decadimento).
Noi del blog avevamo preannunciato, con la traduzione delle previsioni dei ricercatori del Leap, che la crisi dei mutui subprime avrebbe sottoposto a forti scossoni la stabilità delle economie occidentali. Adesso che la crisi si affaccia con veemenza sui principali mercati mondiali, suoneranno le sirene d’allarme e si faranno avanti fior di tecnici con soluzioni di fuoriuscita che saranno peggiori del male da curare.
Il fatto è che per rispondere alla debacle finanziaria non servono gli esperti di economia ma occorrono i grandi statisti con una visione strategica dei fenomeni sociali.
Solo chi sarà in grado di adottare decisioni forti in tal senso potrà sperare di resistere con maggiore efficacia ai terremoti di questa fase. Il riordino del mondo che verrà fuori dallo sconvolgimento della precedente struttura economica risponderà al diverso contesto dei rapporti di forza tra aree del pianeta e coglierà impreparati solo quei paesi che non saranno in grado di salvaguardare la propria "sovranità" politica, scegliendosi la collocazione migliore.
Hegel diceva che ciò che è noto, non è conosciuto, nel senso che “il modo più comune di ingannare sé e gli altri è di presupporre qualcosa come noto e di accettarlo come tale”.
Tra questi argomenti, oggi tanto di moda e sui quali la maggior parte della gente crede di aver acquisito una verità indefettibile, c’è quello dell’esaurimento delle risorse fossili come il petrolio (ammesso che quest'ultimo abbia solo un'origine biologica, vedere l'articolo sul Sole24ore "Il petrolio? Non è «bio»" di R. Vacca). Chi ha interesse a diffondere una notizia del genere? Chi col petrolio continua a fare profitti giganteschi, si tratti degli speculatori finanziari che si costruiscono fortune immense approfittando dei reiterati allarmi sul raggiungimento del picco estrattivo e sugli strozzamenti tra domanda e offerta, che degli stessi produttori, i quali tentano costantemente di dimostrare di essere in possesso di una risorsa scarsa, il cui prezzo aumenta man mano che crescono le richieste dei second comers (come Cina e India).
Qual è la maniera più facile per diffondere questi allarmismi? Finanziare associazioni ambientaliste (o commissioni di esperti) che creino il clima ideologico più fertile all'attecchimento di queste false notizie, almeno finché le stesse, per saturazione mediatica, non giungono ad essere metabolizzate, dalla pubblica opinione, come un dato di fatto incontrovertibile (appunto ciò che è noto, come sosteneva Hegel). Tra questi venditori di fumo ideologico dobbiamo necessariamente citare il fantomatico Club di Roma, il quale, già nel ’72, spandeva semi di catastrofismo, a destra e a manca, pretendendo di dimostrare (con dati che si sono rivelati del tutto sballati) che da lì al 2020 si sarebbero raggiunti i limiti dello sviluppo a causa:
1)dell’esaurimento dei giacimenti petroliferi
2) dell’incidenza di altri fattori come la scarsità dei beni di prima necessità, la mancanza di beni sostitutivi, il rincaro generalizzato dei prezzi.
Questi decrescisti ante litteram hanno fatto breccia nei cuori puri del ceto sessantottino, prima extraparlamentare e oggi solo di sinistra, che una volta perorava la presa del potere con i fiori e la cultura e che ora si è lanciato, con altrettanto trasporto morale (ben indennizzato economicamente), nella resistenza passiva al sistema attraverso la riduzione dei consumi. Basta leggere le sciocchezze di uno di questi guru metropolitani (F. Bifo, Nove anni dopo Seattle, www.comedonchisciotte.org) per capire con che razza di imbonitori abbiamo a che fare. Fortunatamente per noi, questi ciarlatani stanno per ritirarsi “nei monasteri felici” dove, parole di Bifo, si deve “evitare ogni scontro, ogni conflitto che sarebbe oggi inevitabilmente perdente. Dobbiamo creare una sfera autonoma e sicura per quella piccola minoranza della popolazione del mondo che vuole salvare l'eredità della civilità umanista e le potenzialità dell'Intelletto generale, che sono in serio pericolo di una militarizzazione definitiva” e ancora “Il nostro compito è la creazione di monasteri in cui si sperimenti il benessere frugale. Critica della naturalizzazione del paradigma della crescita, elaborazione culturale di un nuovo paradigma basato sull'abbandono dell'ossessione della crescita, finalizzato alla frugalità, alla produzione ad alta intensità di sapere, alla solidarietà, e alla pigrizia, e al rifiuto della competizione”. Ecco spiegati i recenti attacchi del sunnominato alla figura di Lenin (vi rimando, in proposito, al mio pezzo intitolato “Bifo: dal potere operaio alla corte del re”), il rivoluzionario dell’analisi concreta e della costruzione delle alleanze di classe, ai fini del sovvertimento del sistema capitalistico, il quale nulla concedeva al moralismo piccolo borghese che con le aspirazioni utopistiche credeva di poter cambiare il mondo. Questi signori sono, con ogni evidenza, la quinta colonna ideologica di un sistema che viene criticato con argomenti superficiali al solo scopo di puntellare i suoi sostegni basali.
Detto ciò vi invito a leggere questo interessante articolo che rivela un altro punto di vista sull’esaurimento dei pozzi petroliferi, i quali attraverso innovativi sistemi di trivellazione possono ancora fornire greggio in quantità pressoché illimitate. L’autore dell’articolo sostiene inoltre che, con tali sistemi, il petrolio è reperibile ovunque, come è stato dimostrato dalle trivellazioni russe in Vietnam, territorio “là dove i maggiori esperti internazionali (leggi statunitensi) avevano assolutamente negato la possibilità della presenza di risorse petrolifere di qualche tipo”.
Buona lettura
Nel 1956 si tennero praticamente in tutta Italia le elezioni amministrative. Non andarono troppo bene per il Pci, che comunque era all’opposizione (a quel tempo con più o meno un quarto dell’elettorato) e tale rimase ancora per decenni. L’anno successivo, a primavera, questo partito conquistò due “smaglianti vittorie” nelle elezioni a Campi Salentina (e in un altro Comune ancor più piccolo di cui non ricordo il nome) in Puglia. L’Unità uscì con titoloni su questa “storica” impresa e anche il sottoscritto – ancora “giovine inesperto” e un po’ tontolone – si gonfiò, non eccessivamente però, il petto.
L’episodio mi è tornato alla mente oggi leggendo i peana del Pd per aver vinto a Modica e Piazza Armerina (ha dunque espugnato addirittura l’antica e stupenda villa romana del Casale), dopo averle prese dappertutto: dalle elezioni nazionali a quelle comunali, provinciali e regionali (proprio in Sicilia, dove ha perso perfino le tradizionali roccaforti di Enna e Caltanissetta). Il divertimento procuratomi da tanta imbecillità è stato ancora maggiore perché, mentre nel 1957 nei due piccoli comuni pugliesi il Pci prevalse in pratica da solo, nelle elezioni comunali di cui si sta parlando il Pd si è presentato in alleanza con il Mpa (di Lombardo), che in tutte le altre elezioni era saldamente schierato con il centrodestra (infatti, il suddetto è Presidente regionale per tale schieramento).
Ho soprattutto riso di gusto nel constatare che il ruolo de L’Unità di allora è stato assunto questa volta dal “glorioso” giornale della “borghesia illuminata” milanese. Il titolone del Corriere dell’ex Lotta continua Mieli assicura una “sana” ilarità al lettore accaldato di queste giornate estive; ed è la migliore dimostrazione di come i più chiassosi ed esagitati “rivoluzionari e antirevisionisti” del ’68 siano divenuti accaniti propagandisti di una sinistra tanto meschina. Poiché non credo si tratti di imbecilli, chissà in quali contorti meandri si aggirano i loro pensieri e oscuri disegni, comunque sempre eversivi, pur se non più nel senso di quarant’anni fa.
Ieri ho citato il preciso giudizio di Pasolini su questi personaggi nella loro “giovinezza” sessantottarda. Oggi, consiglio di riguardarsi, sempre dello stesso autore, quell’assoluto gioiello che è
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La lettera di Napolitano al CSM mi sembra significativamente confermare le impressioni che manifestavo nel mio pezzo di ieri. Esiste evidentemente in “alto loco” la preoccupazione che qualcuno voglia tirare la corda. Se teniamo conto pure della congiuntura di crisi (sociale innanzitutto, ma con l’aggravarsi di quella economica), certi comportamenti dei vari “attori” sembrano delinearsi con maggior nettezza. Riterrei anche significative le diverse reazioni dei due principali organi giornalistici di “destra”. Il Giornale sembra entusiasta della lettera in questione e ne fa il titolo di testa a grandi caratteri. Libero quasi la snobba e apre sull’evasione fiscale che è di gran lunga superiore al sud rispetto a quella dei “laboriosi” nordici. Direi che non sono necessari molti commenti; risulta confermato, mi sembra almeno per l’essenziale, quanto scrivevo sul “partito del nord” (ricordando sempre la funzione non irrilevante di un Cossiga, che non è certo “nordico”). In ogni caso, tutto è da seguire con attenzione; non credo che un Presidente come Napolitano, con i suoi trascorsi politici, si pronunci in quella guisa per puro spirito super partes. Nella posizione in cui si trova, può avere il polso della situazione (pericolosa) assai meglio di noi “comuni cittadini” sempre all’oscuro di tutto.
di Hedelberto López Blanch (*)
Trad. di G.P.
Vi proponiamo questo interessante articolo sulla situazione economica russa che mette ben in risalto la strada intrapresa dal paese caucasico nella direzione del recupero di un ruolo di primo piano a livello mondiale, dopo i nefasti dell’epoca gorbacioviana ed eltsiniana.
L’autore si preoccupa di analizzare soprattutto i fattori economici di questa ripresa, concentrandosi però sull’importanza che, in Russia, viene data ai settori di punta, con le imprese energetiche e con quelle che si occupano di nanotecnologie a fare da guida al sistema economico complessivo. Viene rimarcato anche l’importante ruolo svolto dallo Stato in questa rinascita economica e politica che realizza un modello di sviluppo capitalistico non completamente assimilabile a quello delle formazioni occidentali classiche.
Se
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La dichiarazione dei dirigenti russi che questo paese si collocherà, in poco tempo, tra le sei potenze economiche più forti del mondo, si potrà concretare soltanto se si esso si convertirà da fornitore di energia e materie prime, in esportatore di tecnologia, di macchinari, e di servizi di punta.
Questa nazione euroasiatica ha sofferto una trasmutazione violenta che l'ha portata, in un batter d'occhi, da un socialismo condiscendente (l'ex-Unione Sovietica) ad un capitalismo sproporzionato. Imprese, miniere e servizi sono passati dal settore pubbliche, al settore privato il quale, in molte a occasioni, non ha pagato l’importo allo Stato. Il presidente Dmitri Medvedev in un discorso dinanzi alla XII edizione del Foro economico internazionale effettuata all'inizio di giugno a San Pietroburgo, ha presentato un progetto d'ammodernamento fino al 2020 che attirerà investimenti multimilionari per la ricostruzione, l'ammodernamento e la costruzione di aeroporti, strade, industrie e dei giochi olimpici invernali del
Il servizio sanitario che ha sofferto di una disattenzione ampia, ritorna nuovamente ad equilibrarsi con l'installazione di più di 40.000 unità di diagnosi e cure gratuite al 90% delle donne incinte ed ai minori (misura adottata in seguito alla bassa natalità). Il governo di Medvedev si propone di trasformare la nazione in un centro d’influenza finanziaria internazionale con una linea di controllo statale e privato, imposta da Putin, che fino a questo momento ha dato i suoi frutti. Si delinea un nuovo approccio con l'aumento del tenore di vita dei cittadini per cercare di risolvere i problemi sociali della sanità pubblica, dell’alloggio, dell’istruzione e dell' attenzione agricola. Si prevede ora la creazione di nuove corporazioni statali per rianimare alcuni settori dell'economia dove, secondo Shuvalov, “il settore privato ed i meccanismi di mercato non possono rispondere per conto proprio”. Le corporazioni opereranno in accordo con meccanismi di gestione corporativa, trasparenza e con specialisti molto qualificati. Tra queste si cita la banca statale Vnesheconobank per occuparsi del settore finanziario e del credito; Rosnanotex per sviluppare la nanotecnologia; Rostejnologi per rafforzare l' industria dei macchinari e di Rosatom per rafforzare l'energia nucleare. Compaiono, altresì, anche i giganti statali dell’Aeronautica unificata (OAK) che raggruppano le principali fabbriche d' aerei di uso civile, e
*Giornalista di Rebelión
Vale la pena di leggersi oggi l’intervista concessa da Cossiga a Libero. Come sempre, l’uomo è quasi il solo ad avere una notevole lucidità. Per coglierla bisogna però tener conto di quale gioco stia giocando: un gioco che sempre più sembra coincidere con quello del suddetto giornale dove sono apparsi i suoi più importanti interventi degli ultimi due-tre anni, ivi compresi quelli rivelatori di una serie di mene dei nostri servizi segreti all’epoca dei governi Dc-Psi (oltre a illuminanti aperture su ciò che fu mani pulite e da chi, e da dove, partì quella operazione, di cui stiamo a tutt’oggi pagando i pesanti costi).
Se mi si permette qualche necessaria semplificazione (che credo tuttavia esatta per l’essenziale), dirò che si è formato un informale “partito del nord”, il quale non ha nemmeno più grande fiducia in un Bossi (e nella Lega), ormai un po’ “istupidito” dalla semplice “acciughina” del federalismo (in particolare fiscale, ma non solo). Certo, il “partito del nord” la mena giù dura con le imposte pagate nelle regioni settentrionali e che servirebbero, in una quota giudicata eccessiva, a quelle meridionali. Tuttavia, si avverte con una certa evidenza che si ritiene la misura colma in molti altri sensi, ed esiste quindi una sorta di smania di arrivare presto alla resa dei conti. Del resto, Cossiga non è certo uomo del nord e, se converge di fatto con il suddetto “partito” (e con il suo giornale di riferimento), è evidente che l’agognata resa dei conti ha qualcosa di più generale e complesso di quanto non lasci supporre il can-can sulle “tasse”.
Appare poi chiaro che la corrente (“nordica”: in realtà, lo ripeto, assai più generale), di cui sto parlando, non ha più grande fiducia nemmeno in Berlusconi, ritenuto un uomo politicamente mediocre e, per dirla alla buona, “senza palle” di grandezza e durezza sufficiente. Troppo pirla e vanesio per poter avere il carisma necessario in situazioni di reale emergenza come quella cui si vuol arrivare. Naturalmente, si fa finta di appoggiarlo contro l’indecente campagna puramente scandalistica sollevata dalla “sinistra giustizialista”, mossa da un autentico “agente provocatore”, che insegue – anche lui – disegni al momento poco chiari, ma sicuramente s-fascisti (senza allusione mascherata al fascismo; non mi si prenda per cretino come lo sono gli antiberlusconiani in servizio permanente effettivo, al seguito del suddetto “agente provocatore”).
L’ipocrita appoggio del “partito del nord” al premier mostra però di credere che la campagna scandalistica possa ottenere il risultato di buttarlo giù in poco tempo (Cossiga addirittura parla, con evidente esagerazione, di 4 mesi soltanto); si tratta di pura finzione, di un atteggiamento tenuto ad arte per rendere sempre più tesa la situazione e rafforzare un clima di emergenza indispensabile a regolare i conti. Sia il “partito del nord” che Cossiga sanno bene che ormai il giustizialismo è di fatto un boomerang per chi lo pratica; l’importante è incattivire l’elettorato che ha decretato il netto e reiterato (in Italia, a Roma, in Sicilia, ecc.) successo elettorale del centrodestra.
Berlusconi è in fondo un ostacolo anche per questi “emergenzialisti”, è del tipo della democristianeria di una volta, non va bene per i tempi (duri) che vengono avanti. Occorre molto di più e di più drastico. Impressionante è la lucidità di Cossiga (che però ha notizie da me certo non possedute) nell’attaccare a tutto tondo quella che io definisco GFeID. La demolizione di Draghi è durissima: “Questo signore che fu speculatore internazionale (corsivo mio) si sta dando arie di ministro di economia e finanze, mette in difficoltà Berlusconi in tutti i consessi internazionali. Non ha ancora preso posizione contro Tremonti perché non può andare neanche lui contro l’evidenza di un impegno serio di risanamento preso dal valtellinese; ma non ha preso posizione, aspetta a vedere la caduta del governo e poi…...Vorrei essere presidente del Consiglio per 48 ore per cacciarlo, e ne fornirei motivazioni indiscutibili (corsivo mio)”. E ancora: “Oltre al partito democratico e a quello di Di Pietro, che sta diventando un partito di provocazione permanente, si è schierata contro di lui [Berlusconi] anche la grande stampa, il Tg1, il Tg3, la 7 e perfino Sky; e le grandi banche: da Intesa-San Paolo al Gruppo Unicredit e al Monte dei Paschi di Siena” (appunto, la parte finanziaria e più parassitaria della “mia” GFeID).
Comunque, subito dopo vi sono attacchi a tutto campo al “partito dei giudici”, alla Corte Costituzionale, alla Lega (con obiettivo particolare Maroni, “uno stalinista con il cuore che batte a sinistra”), a Casini e a Mario Monti e, in generale, a tutto l’establishment di questi ultimi anni. Lo ripeto: Cossiga, come del resto il giornale che ospita la sua intervista (e che in qualche modo, forse ancora molto informale, è l’organo del “partito del nord”), fingono di vedere tale schieramento di forze come prossimo vincitore contro Berlusconi e l’elettorato che lo ha votato; tanto è vero che l’intervista si avvia alla fine con un: “c’è in ballo davvero lo Stato di diritto, la democrazia”.
Mi sbaglierò, ma dietro l’agitazione che constato da mesi e mesi in questi “strani ambienti nordici”, c’è la speranza che in fondo Berlusconi si possa logorare, non aprendo però affatto la strada ai giustizialisti provocatori. In fondo, sono certo che anche il lucido Cossiga (nient’affatto un pazzolico come si tenta spesso di farlo passare) sa benissimo che “gli Dei accecano coloro che vogliono perdere”. Dunque, esiste in “certi ambienti” la convinzione che già sono presenti (o possono formarsi in tempi non troppo lunghi) forze capaci di approfittare di una situazione di emergenza (“democratica”) per regolare infine una serie di conti in sospeso con una sinistra ormai “fuori di testa”. Veltroni, uomo vuoto ma non privo di furbizia, forse se ne rende conto, ma è stato pienamente sconfitto dappertutto e non sembra poter resistere agli s-fascisti. D’Alema (verso cui Cossiga dichiara sempre la sua amicizia poiché sa bene che se lo può rigirare come vuole) è uomo di meschine trame e può diventare utile (ad altri) per qualsivoglia “avventura”.
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Per quanto mi riguarda, resto del tutto neutrale e cerco solo di seguire – con qualche intuito che spero alcuni mi vorranno concedere – le vicende, a mio avviso assai rischiose, in corso di svolgimento. Ben conscio che, tanto, si tratta di consigli inutili, insisto nel suggerire di non rifondare una qualsiasi sinistra, ma invece di affondarla. Non parteciperò ad alcuna discussione con forze di “sinistra”, il vero cancro che sta uccidendo questo paese, impedendogli almeno quel minimo di modernizzazione che sarebbe (forse) possibile con(in)seguire. Meglio usare del “paravento” (cioè “paraguai peggiori”) che è il banalone e farfallone Berlusca, nel mentre si mette in moto un processo, necessariamente lungo, di formazione del “partito della Rinascita e della Ripresa”, che abbia tutt’altri connotati da quelli della sfatta sinistra, ormai al capolinea e divenuta oggi centro di continue provocazioni tese a tutto corrompere e far marcire. Con la sinistra, estremamente pericolosa e di pura metastasi della nostra società, ogni discorso è definitivamente chiuso. Si apre quello con le forze interessate al lungo processo ricostruttivo ormai improrogabile.
Secondo la mia opinione – e spero che gli altri amici lo comprendano – questo blog (e sito) dovrà rifiutare d’ora in avanti ogni dialogo “a sinistra”, augurandosi di non essere più letto dai “provocatori permanenti” (alcuni anche pagati da chi di dovere!) di tale schieramento. Dobbiamo sforzarci di divenire un piccolo, minimale, “organo” del “partito della Rinascita e della Ripresa”, rigorosamente al di fuori del verminoso, e ormai pericolosissimo, gioco degli specchi tra destra e sinistra. Da anni sosteniamo che tale dicotomia è falsa e non più rispondente ad alcunché di sensato. Siamo infine coerenti con quest’assunto! I nostri scritti, le nostre azioni siano solo tesi all’innovazione e al futuro.
E a coloro che ci accusano di “rossobrunismo”, rispondiamo: ma siete mai stati comunisti o soltanto quei mentecatti sessantottardi, piccolo borghesi ambiziosi e arroganti così magistralmente dipinti da Pasolini? I comunisti, cui ho avuto l’onore di appartenere, sapevano bene che i peggiori loro nemici non erano i liberali bensì quelli che con disprezzo venivano chiamati “i saragatiani”. Quando ci furono i “fatti d’Ungheria”, fummo aggrediti non dai liberali di “destra”, ma dai vili socialdemocratici “di sinistra”. E la notte si montava la guardia alle bacheche de L’Unità (non quella dei Furio Colombo e gente del genere) per impedire che venissero incendiate dai vermi “di sinistra”. Voi siete stati evidentemente solo di sinistra, mai comunisti; e troppi di voi sono diventati “rivoluzionari” uscendo dall’Azione Cattolica e dalle Parrocchie, essendo convinti di assumere entro pochi mesi il potere al posto dei padri, conservatori ma meno protervi e dissennatamente faziosi della loro progenie (veri Demoni di Dostojevskji), con un minimo di dignità personale che evidentemente molti di voi non hanno mai avuto!
Solo che il comunismo è un processo finito; bisogna non rifondarlo, bensì pensare a qualcosa di completamente rigenerativo, qualcosa che apra veramente quella nuova epoca, di cui i più sensibili e intelligenti sentono l’approssimarsi. Voi siete dei morti che camminano; pericolosi solo perché rappresentate il ben famoso: le mort qui saisit (ma oggi più semplicemente: qui s’efforce de saisir) le vif. In realtà, siete ormai fuori di ogni storia, di ogni futuro; solo in questo pauvre pays riuscite a trovare ancora una qualche cittadinanza. Per quanto ancora? “Pentitevi” (data la vostra origine) e allora potremo pensare insieme il nuovo futuro. Altrimenti, state con i Di Pietro, con i Grillo, con questa cianfrusaglia di individui che sono il peggio del peggio, una vera regressione della ragione e dell’“anima”.
Pubblichiamo una lettera, lasciataci come commento sul blog, da parte di un gruppo di insegnanti precari sui tagli previsti dalla legge finanziaria, la quale falcidierà 100.000 cattedre e più.
Anche tra di noi ci sono dei precari (pur se di tutt’altro settore), a partire dallo scrivente, i quali sentono come un macigno sul loro futuro questa situazione d’incertezza che all’approssimarsi di ogni scadenza contrattuale diviene una specie di nebbia che offusca il cervello.
Aggiungerei, per così dire, che gli stessi ambienti di lavoro, man mano che si popolano di precari, divengono sempre più esplosivi perché, tanto i compiti svolti che gli stessi rapporti tra colleghi, risentono di tale deleteria condizione. Il lavoro di tutti quanti diviene umorale ed è davvero difficile mantenere il controllo di fronte ad eventi imprevisti o imprevedibili, insomma c’è materia per la sociologia dell’organizzazione… A voi tutti rivolgo però un invito a partecipare alla discussione, ad informarci e a tenere alta la guardia in questa fase così difficile.
G.P.
Questa situazione è, in effetti, una vergogna, non solo ma particolarmente italiana; e non solo nella scuola. La mia solidarietà - ma sono sicuro quella di tutti noi del blog - è completa; solo che non serve a nulla. In questo campo mi sembra ci sia tanta impotenza. In ogni caso, spero sia possibile in futuro dare magari, se qualcuno se ne intende più di me, notizie anche più dettagliate su situazioni così indecenti. Certo ci si sente un po' avviliti di non poter fare nulla di efficace.
GLG
Egregio Professor
la prossima Legge finanziaria prevede, per la scuola, un taglio di oltre 100.000 cattedre e di 30000 posti A.T.A. Inoltre pare profilarsi una revisione degli ordinamenti della secondaria di secondo grado che ridurrebbe drasticamente il numero delle materie e le ore di insegnamento.
Tutto ciò avrà delle ricadute facilmente intuibili tanto sulla qualità della didattica quanto sulle condizioni di lavoro degli insegnanti precari. Da una parte, classi sempre più numerose e contenuti sempre più indifferenziati impediranno quella individualizzazione dell’insegnamento e quella pratica dell’orientamento in itinere che pure sono unanimemente riconosciute come strumenti indispensabili a una didattica moderna ed efficace. Dall’altra parte, migliaia di docenti precari, dopo avere conseguito una laurea, essersi abilitati, (eventualmente nelle S.S.I.S. : una beffa tutta italiana: le scuole di specializzazione continueranno ad abilitare all’insegnamento), si confronteranno con la concreta prospettiva di essere – per usare un termine brutale, ma chiaro – “buttati fuori dal ciclo produttivo”. Cioè di non poter continuare a lavorare nella Scuola pubblica!
Noi, insegnanti precari, pensiamo che solo con una mobilitazione dei direttamente interessati – che si spera escano da una incomprensibile abulia – e del mondo della cultura, si possa fermare questa incombente minaccia.
Cordialmente
Gli Insegnanti:
Tina Coppola
Diana Lucidi
Ester Paone
Francesca Romana Passalacqua
Francesco Colangelo
Massimiliano Mori
Enrico Vampa
Eduard Patrick Wolken
Per Marx, come dovrebbe sapere anche un bambino delle elementari, il comunismo (in quanto “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, non certo quale “costruzione sociale” di tipo ingegneristico, che il Nostro lasciava ai fourieristi, owenisti e compagnia cantando!) sarebbe dovuto essere l’inveramento sostanziale di ciò che il liberalesimo predicava solo nella forma. In poche parole, si trattava del pieno sviluppo dell’individualità. Il passaggio dalla pura forma (liberalesimo) alla sostanza (comunismo) di tale sviluppo era rappresentato da una appropriazione realmente collettiva dei mezzi di produzione. Non dei beni in generale, come pensano alcuni “cattocomunisti” scemi; non era previsto alcun collettivismo per orologi e mutande; e nemmeno, oggi, per automobili (se non servono da mezzi di produzione per sfruttare il lavoro salariato di certi taxisti) o computer (idem come sopra).
La collettivizzazione dei mezzi produttivi non era però per Marx la loro mera statalizzazione, e la produzione svolta in base a decisioni prese in comune dai produttori non era una pianificazione da parte di un organismo centralizzato e onnipotente, posto nelle mani di determinate oligarchie dominanti (e incontrollate), che sarebbero allora vissute a sbafo del pluslavoro dei produttori associati. Una produzione in comune non significava affatto alcuna forma di organicismo, di costrizione degli individui ad essere simili agli “abitanti” di un qualsiasi formicaio. Anzi, la produzione in associazione in tanto aveva significato in quanto, secondo Marx, avrebbe portato al copioso fluire dei beni (con il famoso “a ciascuno secondo i suoi bisogni”), quindi all’eliminazione della scarsità, della misurazione del contributo individuale in base allo sforzo (lavoro, inteso nel suo complessivo significato di uso di braccio e cervello), con conseguente crescita del tempo libero, in cui ogni individuo avrebbe dato libero sfogo alle sue differenze e propensioni, quelle per le quali ognuno di noi è un unicum e non deve subire le costrizioni degli altri.
Utopia? Solo per chi non capisce che in Marx una simile situazione sarebbe dipesa dal formarsi – all’interno stesso dello sviluppo capitalistico, per sue dinamiche intrinseche – della base sociale indispensabile al prodursi dei fenomeni previsti. L’ho detto più volte e sarò breve: si sarebbe formato l’operaio (o lavoratore) collettivo (o combinato) cooperativo, con l’unione – in un primo momento attraversata da contraddizioni e tensioni, poi progressivamente superate – tra lavoro intellettuale (la mente) e manuale (il braccio), tra lavoro direttivo (“l’ingegnere”) ed esecutivo (il “giornaliero o manovale”). Il gruppo dei capitalisti si sarebbe ridotto ad un drappello di autentici parassiti (finanzieri, proprietari di meri pacchetti azionari, ecc.) sempre più invisi alla maggioranza della popolazione produttiva; abbattendo rivoluzionariamente il loro ultimo baluardo di potere, lo Stato, e passando per una fase transitoria (quella della progressiva abitudine alla collaborazione nell’ambito dell’operaio combinato), si sarebbero poste le basi (sociali, non solo economiche o solo tecnologiche) per il passaggio a quel comunismo ricco di tempo a disposizione per sviluppare le proprie prerogative individuali.
I processi reali di sviluppo capitalistico non sono stati quelli previsti da Marx; ma non perché egli fosse utopista. Tanto varrebbe sostenere che Newton era utopista perché non aveva afferrato la dimensione integrata spazio-tempo della teoria della relatività. Marx ha analizzato il modo di produzione del capitalismo borghese, società sviluppatasi con particolare rigoglio in Inghilterra e ancora largamente invischiata nelle forme sociali precedenti per molti lati culturali, di status sociale e altro. Non insisto su questo, ma in ogni caso, nell’epoca detta dell’imperialismo (quella da me definita policentrica e che non era ultimo stadio di un bel nulla!), si è passati alla società dei funzionari del capitale, in cui la predominanza fu in definitiva assunta dal capitalismo statunitense: una formazione sociale basata essenzialmente sulle prerogative dei dominanti di combattersi fra loro per la supremazia mediante l’impiego di appropriate strategie, la cui comprensione è assai più decisiva di qualsiasi mera proprietà dei mezzi produttivi (e dei fenomeni della sua concentrazione e centralizzazione); e con una complessa articolazione degli agenti dominanti nelle tre sfere (teoriche) in cui la società si suddivide: economica (con le sottosfere produttiva e finanziaria), politica e ideologico-culturale.
La società dei funzionari del capitale è decisamente peggiorativa, più selvaggia e feroce (e alla lunga distruttiva: e non dell’ambiente, o superficiali di sinistra!, bensì della socialità stessa) del capitalismo borghese. Tuttavia, è una società diversa, che non mette in moto le presunte (da Marx) dinamiche intrinseche che preparerebbero la base sociale per una transizione alla superiore forma comunista. Questa società non si può più combattere con il vecchio marxismo e con il vecchio comunismo. Queste forme di pensiero e azione sono come quelle degli sclerotici “materialisti volgari” che hanno in orrore, e non accettano nemmeno adesso, che il fotone possa essere corpuscolo e onda nel medesimo tempo. Questi imbecilli vanno presi a calci in culo; ed è quello che deve essere fatto con marxisti trogloditi e comunisti pasticcioni e inconcludenti. La società dei funzionari del capitale esigerà altre forme di pensiero e azione, che non è facile apprestare: innanzitutto, per il ritardo accumulato dai trogloditi di cui sopra; ma non solo, certamente.
La cultura dominante ha sempre una funzione di freno e di impedimento di ogni pensiero rivoluzionario che cerchi di rinnovarsi. I dominanti, altrettanto trogloditi (ma a loro va bene così, perché non hanno da rinnovare nulla, basta affidarsi agli ormai collaudati meccanismi riproduttivi del dominio), continuano a rispolverare le loro ormai sfatte teorie della “mano invisibile”; oppure, per gettare un po’ di fumo negli occhi, straparlano ancora del decrepito “riformismo” detto keynesiano. Se poi arriva uno come Tremonti – che parla di “valori” (cristianeggianti), che osa attaccare il mercatismo (non mai il liberismo tout court), che individua motivi di speculazione nel comportamento strategico dei dominanti – sembra quasi venire da un altro pianeta; non può che stimolare ammirazione e simpatia, ma solo perché lo si confronta con liberisti e marxisti che sembrano in risalita dalle catacombe. I dominanti sono sempre pronti a fare affluire piccoli rivoli di finanziamento, di assegnazione di cattedre universitarie, di appoggi editoriali, giornalistici, mediatici in genere, anche ai residui sclerotici che del marxismo hanno fatto un’abietta caricatura (in genere economicistica), perché così le loro vetuste teorie sembrano di una sfolgorante modernità, al confronto.
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Non ci sono però solo le imbalsamazioni economicistiche del marxismo; come quelle dei bordighisti e trotzkisti, autentiche malattie genetiche degenerative della teoria rivoluzionaria di Marx (e della prassi altrettanto rivoluzionaria di Lenin). Abbiamo anche l’orrenda, abominevole, mostruosa, aberrante, laida, unione di un comunismo primitivo, anti-individualista ed organicista (da formicaio), e di un pseudo-buonismo (ammantato di falsa religiosità), miscuglio difficile da definire. Per semplificare, anch’io uso a volte il termine “cattocomunismo”, che rischia di essere però fuorviante. Non confondiamo, che so, Dossetti, Rodano, Napoleoni, ecc. con questi disgustosi “tanto buoni” verso tutti i “diversi” e “diseredati”: mantenendoli rigorosamente nella loro diversità e disadattamento sociale, cercando solo di assumerne la “pelosa” difesa falsamente solidaristica e, spesso, assumendone le caratteristiche degenerative (in termini sociali, non d’altro genere).
Abbiamo a che fare con esseri verminosi che si trincerano dietro la più assoluta deresponsabilizzazione individuale pur di minare alla base ogni pur minima convivenza sociale. Le loro manifestazioni sono il festival dell’anarchia e distruttività, sono caratterizzate dall’assenza di un autentico uso della ragione pensante, sono il dispiegarsi della massima rozzezza e volgarità; esattamente la stessa che vediamo debordare da spettacoli come il “grande fratello” o i talk show dove non si riesce a captare l’esistenza di un qualche sussulto di cervello umano. Quando si leggono i loro blog e siti, è ancora peggio, sono veramente orrorifici.
Questi vili e debosciati assegnano ogni colpa, ogni delitto, ogni degenerazione, alla “società”. Qualsiasi abominio è sempre a carico di questa “società”. Questo è il loro modo di scaricarsi la coscienza: non assumere mai una responsabilità individuale. Certamente, non ci vengano ad insegnare, questi cretini o farabutti (o entrambe le cose), che l’individuo è “impigliato” in una rete di rapporti sociali, che l’essere sociale ha una valenza cogente rispetto alla coscienza individuale. Il vero comunista, che ho fatto a tempo (almeno in parte) a conoscere, non ne faceva comunque uno scudo per non assumere la piena responsabilità individuale dei suoi atti; e dunque si sentiva in diritto e dovere di giudicare anche la responsabilità altrui senza rinviare a determinismi sociali quali mere scuse per tutto giustificare. E lo stesso vale per un vero cattolico, che non fa sempre appello alla predestinazione per scansare quello che deve valere come recisa condanna di comportamenti nocivi e asociali.
Non è chi non capisca che è proprio la sinistra – e quella “radicale” in primis – ad assumere questi vili comportamenti di totale deresponsabilizzazione individuale. E, se vogliamo giocare sulla determinazione della coscienza individuale da parte dell’essere sociale, allora diciamo che la sinistra di cui si parla ha questa abietta e laida mentalità perché abituata alla totale deresponsabilizzazione indotta dall’impiego nel settore pubblico, dove essa è prevalentemente infilata (perché è qui che allignano questi buonisti del cazzo, non certo nelle fabbriche e luoghi similari). La società dei funzionari del capitale è molto peggiore del capitalismo borghese; proprio per questo, è oggi che vengono in fondo allevati gli irresponsabili del “tutta la colpa è della società” (la borghesia aveva in qualche misura il senso della responsabilità e della condanna). Questa vigliacca abdicazione alla propria responsabilità individuale rende contenti i dominanti attuali, perché pone ostacoli ad ogni reale critica adeguata alle nuove strutture sociali, che non sono più quelle combattute dal vecchio marxismo e dal vecchio comunismo.
Queste ormai superate correnti di prassi e di pensiero hanno combattuto con piena responsabilità la società del loro tempo, hanno fornito insegnamenti della massima serietà. Solo che non ci si può sclerotizzare sul vecchio: nella nuova formazione sociale, saranno necessarie altre teorie e altre prassi, che andranno tuttavia ripensate e praticate con la stessa serietà di quelle vecchie, con la loro capacità di assumersi le responsabilità di successi e fallimenti, con la durezza delle condanne per chi sgarrava. Basta con la favoletta che certe punizioni erano solo questione di lotta per il potere. Certamente, ci sono stati anche scontri durissimi di tal tipo, perché anch’essi fanno parte di un essere sociale che “determina” la coscienza individuale; la quale mai si può sottrarre però alla responsabilità dei suoi atti, dei suoi sbagli, delle sue eventuali colpe.
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Certuni ci dicono che una certa sinistra odia questo blog. Forse credono di intimorirci? Non odio questa sinistra, la considero soltanto la malattia sociale per eccellenza. Il mio pensiero è molto netto: aborrisco i deresponsabilizzatori, gli attributori delle colpe alla “società”, i buonisti che amano tanto i “diversi” e “disadattati”, trattandoli per ciò stesso da diversi e disadattati, solo scusandoli e dicendo loro che sono mammole e gigli purissimi: è stata la “società” a schizzarli di fango. Tutti ass